"Nessuno di voi è morto finchè noi non moriremo tutti.

E fino a quando sarà in piedi uno del 'Barbarigo' lo sarete anche voi".

C.C. M.O.V.M. Umberto Bardelli, 1944.

domenica 6 gennaio 2019



UMBERTO MARIA ADRIANO BARDELLI
-Livorno, 11 marzo 1908 – Ozegna, 8 luglio 1944-

Ufficiale della Regia Marina e della Marina Repubblicana della R.S.I., inquadrato nella X MAS, ha comandato il Battaglione "Barbarigo". Eroe di guerra e pluridecorato è stato uno degli ufficiali più amati dai suoi colleghi e sottoposti per via del suo carattere aperto e franco e per la sua connaturata correttezza nel rapportarsi con i suoi interlocutori. Allievo Ufficiale macchinista dal 1924, entra volontario nel C.R.E.M., nei quattro anni di ferma resta imbarcato in veste di ufficiale sulle Regie navi Ferruccio, Vespucci, Pisa e Pacinotti; dal luglio 1925 al febbraio del 1930.

È nominato Tenente del Genio Navale nel maggio 1930, nel 1932 è imbarcato per la prima volta su di un Regio Sommergibile, il Toti, nell' ottobre 1934 sposa l'amata di sempre Luigia Maresca che gli darà una figlia, Serena. Viene nominato Capitano nel luglio 1936 ed imbarcato sul R.S. Bandiera, dopo una parentesi a Massaua, nel 1937 viene destinato a Taranto e coinvolto attivamente nella realizzazione del R.S. Brin., nel 1938 il trasferimento a Monfalcone per l'allestimento del R.S. Nani; come Capo Servizio del Genio Navale è imbarcato su varie unità sommergibili fino al maggio del 1940 presentandosi allo scoppio della guerra come uno dei più esperti ufficiali del Genio Navale della Regia Marina.

Imbarcato nel giugno del 1940 sul R.S. Zoea rimane sul teatro di operazioni del Mediterraneo orientale fina all' ottobre dello stesso anno quando passa a bordo del R.S. Brin sul quale opera tra il Medirerraneo e la base atlantica di Bordeaux (Betasom) fino al Febbraio 1941 quando prende imbarco fino al febbraio 1942 comandato sul R.S. Reginaldo Giuliani a bordo del quale è destinato per un lungo periodo di addestramento al combattimento atlantico presso la base germanica di Gotenhafen; dal Marzo all'Ottobre 1942 è di nuovo in Italia, presso la grande base di Taranto, assegnato all'Ufficio Allestimento Sommergibili.

Nell'Ottobre 1942 Bardelli viene promosso al grado di Maggiore del Genio Navale e di seguito imbarcato sulla corazzata R.N. Vittorio Veneto fino al Dicembre dello stesso anno in cui fu anche imbarcato per pochi giorni sul cacciatorpediniere R.N. Bombardiere ed impiegato nel pericoloso servizio di scorta convogli sulle rotte per la Tunisia. Tornato a bordo della corazzata R.N. Vittorio Veneto vi rimane fino al Maggio del 1943 con l'incarico di direttore di macchina.

Da fine Maggio 1943 e fino al 31 agosto dello stesso anno è imbarcato sull'incrociatore leggero R. N. Scipione l'Africano di stanza a La Spezia e Genova ed a bordo del quale partecipa al forzamento dello stretto di Messina nei confronti delle unità leggere anglo-americane che lo pattugliavano a seguito degli eventi bellici in Sicilia del Luglio 1943 riuscendo a raggiungere la base di Taranto. L'armistizio dell'8 settembre 1943 trova uno sconcertato e rabbioso Bardelli presso la sua famiglia residente a Laurana dove trascorre una breve licenza di convalescenza.

Il 28 luglio 1944 fu conferito, postumo, al Capitano di Corvetta F.M. Umberto Bardelli il Distintivo del Barbarigo “Fronte di Nettuno”, numerato “3”. Sempre postuma fu conferita al Comandante Bardelli la Medaglia d’Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione, che in effetti ricostruisce in sintesi la carriera e la tragica fine del coraggioso Ufficiale:

“Ufficiale superiore di belle qualità e di provata esperienza, sorretto da uno slancio e da una fede senza limiti, tre volte decorato al valore; primo comandante del Barbarigo, che per sua travolgente iniziativa per primo si allineò con gli alleati germanici sulla testa di ponte di Nettuno, si recava volontariamente e coscientemente con le esigue forze in una zona notoriamente infestata da bande ribelli. Giunto nella piazzetta del paese di Ozegna cercò di esercitare opera di persuasione sugli sbandati deprecando la lotta fratricida voluta e sovvenzionata dall’oro dei nemici della Patria. Circondato a tradimento insieme ai suoi pochi uomini da forze preponderanti che gli intimavano la resa rispondeva con un netto rifiuto e fatto segno a violentissimo fuoco di armi automatiche postate agli sbocchi delle vie di accesso alla piazza si batteva con leonino furore incitando continuamente i pochi uomini di cui disponeva. Colpito una prima volta al braccio continuava a sparare con una mano sola, colpito una seconda volta ad una gamba continuava a far fuoco sino all’esaurimento delle munizioni. Nuovamente colpito cadeva falciato da una raffica al petto con il nome d’Italia sulle labbra. Fulgido esempio di eroismo, di altissimo senso dell’onore, di attaccamento al dovere e di dedizione completa alla Patria adorata” Ozegna, 8 luglio 1944.

Il gagliardetto del btg Barbarigo consegnato ufficialmente a La Spezia la mattina del 19 febbraio 1944, dopo che il battaglione aveva sfilato per le vie della città, prima della partenza per il fronte di Anzio - Nettuno.
Il comandante Bardelli tenne un discorso nel corso del quale menzionò il gagliardetto appena consegnato:
"Nello stendardo che oggi portate alla difesa di roma stanno tre simboli.
Decima Flottiglia MAS. Dall'inizio della guerra, la "Decima" con tenace volontà ha portato la distruzione e la morte alle unità nemiche riparate nei munitissimi porti, e il giorno 8 settembre ha rifiutato il tradimento e il disonore dell'armistizio tenendo alta la bandiera e continuando il combattimento.
San Marco. Nome fulgido che per i fanti di mare da venti anni risuona grido di riscossa, di lotta e di vittoria.
Barbarigo. Nome glorioso legato a due fra le più belle vittorie della Marina nelle acque dell'Atlantico.
Fate dunque che a gloria si aggiunga gloria".

Il 19 febbraio 1944 in piazza verdi 
il Battaglione Barbarigo ricevette dal comandante Borghese
la bandiera di combattimento e il giorno 20 partì per Roma.
A Roma sostò alcuni giorni presso la caserma "Grazioli Lante".



L’ AMMIRAGLIO SPARZANI 
PASSA IN RASSEGNA IL BATTAGLIONE “BARBARIGO”
 CHE SI APPRESTA A RAGGIUNGERE IL FRONTE

1944 - Difesa di Roma
Lago di Fogliano a Borgo Sabotino
Avamposto -  cento di fuoco - "Dora"
Sapevamo perché eravamo lì, non era per caso, non era "la parte sbagliata", era l'Italia in guerra, è così ci considerava il nemico. Fede e canzoni: avevamo vent'anni. Quello fu il mio ultimo combattimento, e cosi finì la mia guerra sul campo. Non avevo giurato, ma combattuto in varie azioni e fatto il possibile. L'Italia non mi deve niente: scelsi ciò che ritenevo il mio dovere. Forse a un lontano pronipote, alla fine di questo secolo, potrebbe capitare di dire: "Un mio antenato era alla difesa di Roma nel 1944". Quell'antenato rimarrà un anonimo qualsiasi, ma potrebbe darsi che la storia d'Italia ricordasse la difesa di Roma, non la sua
liberazione.
Fernando TOGNI - Classe 1923
X^ MAS - Battaglione "Barbarigo"
POW - Campo "NON" cooperatori
HEREFORD - Texas


22 FEBBRAIO 1944
Parte per il fronte di Anzio – Nettuno il primo contingente italiano dell’Esercito della RSI. Si tratta del battaglione “Barbarigo” della Decima Mas al comando del capitano di Corvetta Umberto Bardelli (al centro della foto, dietro Borghese).

LA SALMA DI BARDELLI
 ucciso dai partigiani della "Matteotti" di Piero Urati detto Piero Piero il 4 luglio 1944:
 si nota la mancanza di due denti d'oro strappati al cadavere

Nel pomeriggio dell'8 luglio 1944, a Ozegna, una frazione a sud di Courgné (Torino), giunse nella piazza del paese, per discutere uno scambio di prigionieri, un reparto motorizzato della Decima Mas, al comando del Capitano di Corvetta Umberto Bardelli. Si trattava di una quarantina di Marò del Battaglione "Barbarigo" reduci dal fronte di Nettuno, che iniziarono a parlamentare con i comandanti partigiani.
Dopo pochi minuti nella piazza si abbatte sugli ignari Marò una tempesta di fuoco, proveniente da numerosi partigiani che avevano circondato di nascosto gli uomini della Decima, che avevano tra l’altro precedentemente tolto i caricatori dai MAB per dimostrare il carattere pacifico della loro missione.
Nonostante un tentativo di resistenza organizzato da Bardelli, i partigiani ebbero il sopravvento sugli uomini della "Decima". Il comandante Bardelli fu uno dei primi a cadere fulminato.
L'imboscata tesa dai partigiani costò ai marò nove morti e numerosi feriti. Alla salma di Bardelli i partigiani strapparono due denti d'oro e gli altri marò uccisi vennero rinvenuti lordati di letame.
LE SALME DEI  MARO' GROSSO E FIASCO IMBRATTATE DI STERCO 

Nei primi giorni dell'ottobre 1944, il "Barbarigo" mosse all'attacco dei partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino). I Marò sbaragliarono le formazioni avversarie, costringendo le bande a riparare in territorio francese.

IL FUNERALE DEL COMANDANTE BARDELLI
Il 10 luglio 1944 ad Ivrea (To) Si tengono i funerali del Capitano di corvetta Umberto Bardelli, Comandante del Btg ''Barbarigo'' e dei suoi marò
-T.V. Piccolo
-S.T.V. Beccocci
-Capo di 3ª Credentino
-Sergente Grosso
-Marò Biaghetti
-De Bernardinis
-Fiaschi
-Gianoli
-Masi
-Rapetti
trucidati con lui in un agguato sulla piazza di Ozegna dai partigiani di ''Piero Piero''.
I corpi furono trovati il giorno successivo spogliati degli indumenti e dei valori personali, strappati gli anelli dalle dita e i denti d’oro.










Un angolo del Cimitero di Ivrea  dove venne sepolto il Comandante Bardelli  insieme ad altri Ufficiali e Marò del "Barbarigo" caduti nell' imboscata di Ozegna.

La salma di Bardelli troverà in seguito dimora nella Tomba Duelli al Verano, assieme a molti dei suoi Marò, e sarà quindi traslata il 16 giugno 2005 al Campo della Memoria, divenuto Cimitero Militare a tutti gli effetti, dove riposerà circondata dai Caduti del Barbarigo.
Sessanta anni dopo la fine della guerra, il Comandante Bardelli vive ancora, perché, come disse egli stesso: “nessuno di voi è morto finché noi non morremo tutti. E fino a quando sarà in piedi uno del Barbarigo lo sarete anche voi”.

Ma anche dopo che l’ultimo membro del Barbarigo seguirà il suo Comandante e i suoi commilitoni, tutti loro vivranno per sempre nella leggenda che essi hanno scolpito, con il loro sangue e i loro sacrifici, il loro dolore e il loro eroismo, nelle buche di Nettuno, sulle nevi del San Gabriele e tra gli argini del Po.
  
STORIA  DEL BARBARIGO
Il Barbarigo fu un reparto di fanteria di marina della Xª Flottiglia MAS costituito a La Spezia nel novembre 1943.

Dato il cospicuo numero di volontari che continuava ad affluire alla caserma del Muggiano dopo l'Armistizio di Cassibile e la quasi totale mancanza di naviglio italiano (le poche navi che non avevano potuto ottemperare alle condizioni d'armistizio consegnandosi agli Alleati furono immediatamente confiscate dai tedeschi), nell'impossibilità di poterli imbarcare, si decise di costituire un reparto di fanteria di marina, all'interno della Marina Nazionale Repubblicana. Nacque inizialmente, nella caserma San Bartolomeo di La Spezia, come Battaglione "Maestrale" ed assunse successivamente il nome di "Barbarigo", in ricordo del sommergibile del comandante Enzo Grossi, medaglia d'oro al valor militare.

Era ordinato su quattro Compagnie, la 2a e la 4a erano state addestrate a San Bartolomeo, mentre la 1a e la 3a erano state trasferite per l'addestramento a Cuneo, alla caserma San Dalmazzo. Alla metà di febbraio il Battaglione si riunì nuovamente a La Spezia.

Il 19 febbraio 1944 ricevette dal comandante Borghese la bandiera di combattimento per poi essere inviato a combattere ad Anzio per fronteggiare lo sbarco angloamericano al comando del Capitano di Corvetta, sommergibilista, Umberto Bardelli. Rimase al fronte per tre mesi e lasciò il Lazio nel giugno 1944 in seguito all'entrata in Roma delle truppe angloamericane.

Nell'estate del 1944, il Barbarigo fu trasferito in Piemonte per ricostituire i ranghi. L'8 luglio 1944, ad Ozegna il Comandante Bardelli e 18 uomini, impegnati in una trattativa con un gruppo partigiano, in un clima di crescente tensione, rimasero vittime di un agguato ( i corpi di Bardelli e degli altri caduti sarebbero stati rinvenuti ammassati contro un muro e imbrattati di sterco ed a Bardelli sarebbero stati staccati due denti d'oro).

Sul finire del 1944, il reparto fu inviato nel Goriziano in difesa del confine orientale esposto all'avanzata delle truppe del IX Corpus Jugoslavo di Tito. Fu dislocato a Salcano ove ebbe violenti scontri prima a Chiapovano e quindi sul Monte San Gabriele riuscendo ad arginare momentaneamente gli avversari nella Battaglia di Tarnova.

Seguì un periodo di riposo a Vittorio Veneto prima dell'invio sul Fronte Sud, nell'aprile del 1945.

L'ONORE DELLE ARMI AL "BARBARIGO"
Nella notte del 29 aprile il "Barbarigo" si schierò per ascoltare le parole del comandante del "I° Gruppo di combattimento Decima", Capitano di Corvetta Di Giacomo, e di un Ufficiale di una Brigata corazzata neozelandese che fece ascoltare il messaggio del Maresciallo Rodolfo Graziani, registrato per invitare a deporre le armi, evitando ulteriori spargimenti di sangue.
Gli uomini del "Barbarigo", dopo una notte praticamente insonne, inquadrati dai loro Ufficiali, la mattina seguente entrarono a Padova armati, passando fra i reparti di carristi inglesi e neozelandesi che resero loro l'onore delle armi.
Il 30 aprile il Battaglione si concentrò nella caserma "Pra della Valle" e venne considerato disciolto. I Marò furono avviati al 209 POW Camp presso Napoli, dove rimasero circa un mese; da qui il 5 giugno furono trasferiti a Taranto e imbarcati sulla Duchess of Richmond diretta in Algeria, destinazione il 211 POW Camp di Cap Matifou ad una trentina di chilometri da Algeri, in prigionia.

Walter Cimino del Battaglione "Barbarigo"
All'età di 17 anni decise di seguire la "via dell'onore" diventando un Marò della Decima MAS si arruolò nel Battaglione "Barbarigo" e combatté a Nettuno rimanendo ferito. Dopo la battaglia di Nettuno, il Barbarigo risalì in parte l'Italia fino a Brescia. Un percorso simile che fece anche il padre di Cimino, Alessandro, che con un reparto della Guardia Nazionale Repubblicana si stabilì a Como, passando anche da Pavia. E proprio a Pavia, Walter, che nel frattempo era rimasto in convalescenza a Roma, andò a trovare il padre in tre occasioni prima di tornare in permesso a Siena il 26 giugno 1944. Il giovane Cimino arrivò a Siena il 27 giugno 1944 ed il giorno dopo, di buon'ora, si recò dal barbiere e poi a far visita alla fidanzata, che abitava in via Pantaneto. Successivamente, con altri due amici militari della RSI, s'incamminò verso Piazza del Campo per raggiungere il bar "Il Campo" e ivi giocare a biliardo. Ma all'altezza del Chiasso Largo, che introduce nella storica piazza dove si corre il Palio, i tre militari furono circondati ed aggrediti da un gruppo di componenti della Polizia Ausiliaria. L'aggressione prese di mira soprattutto Cimino, che fu picchiato e rinchiuso nello scantinato di un ristorante. Walter Cimino restò chiuso nella cantina del ristorante fino alle prime ore del 30 giugno, quando, già sfigurato in volto (i suoi aguzzini utilizzarono una grattugia), fu trascinato fino in via Duprè e poi ancora fuori Porta Tufi fino all'antica via del Mandarlo, nei pressi di Villa Gambelli. Qui, a circa 50 metri dalla strada, fu fatto inginocchiare e ucciso con un colpo di pistola alla testa dal partigiano dei Gap "Paolo", già tra gli esecutori dell'omicidio di Giovanni Gentile. Subito dopo, il corpo di Cimino fu spostato sotto un albero di fico, con il volto rivolto sulla terra e coperto di foglie per occultarne il cadavere, che però fu scoperto poche ore dopo da una contadina della zona. Le spoglie di Walter Cimino, traslate dal cimitero del Laterino, in cui si trovavano dal 1944, sono state riallocate in un forno del piccolo camposanto di Valli, nella sua parrocchia.


1944 - Ospedale Militare del Celio, Roma
due marò del Barbarigo feriti sul fronte di Nettunia

Il 27 giugno 1944 periva all'ospedale di Ivrea il marò del btg. Barbarigo ANGELO CONTE.

DECORAZIONI DEL BTG. BARBARIGO
Totale decorazioni: 167
Medaglie d'oro: 2
Medaglie d'argento: 18
Medaglie di bronzo: 41
Croci al valore militare: 69
Encomi solenni: 37



Lettera a un bandito
A proposito della vicenda occorsa al Comandante Umberto Bardelli e ai suoi Volontari, ecco la trascrizione di un chiarissimo documento di un Marò, Mario Tedeschi, pubblicato su Repubblica Fascista del 18 luglio 1944, che successivamente è divenuto un volantino fatto stampare dall’Ufficio Stampa della Decima Flottiglia M.A.S. di Milano, con sede in Piazzale Fiume n. 1. Il titolo è «Lettera a un bandito».
«Il marò allievo ufficiale del Battaglione “Barbarigo” Mario Tedeschi, catturato dai banditi ad Ozegna nell’imboscata in cui fu trucidato il comandante Bardelli con 9 suoi uomini e liberato poi, dopo 8 giorni di prigionia, ha scritto una lettera al capo della banda. Eccone il testo: Credo, Piero, che non avrei accettato l’invito fattomi di scrivere quanto è passato in questi giorni dall’8 al 15, se al mio ritorno ad Ivrea non avessi veduto le fotografie dei miei compagni caduti nell’imboscata di Ozegna. Il viso sfigurato di Bardelli, morto da eroe; la sua bocca che le mani dei tuoi avevano lasciata spalancata dopo averne strappato i denti d’oro; la figura orrendamente deturpata del povero Fiaschi, ucciso con un colpo a bruciapelo nel cranio mentre già rantolava ferito; quei volti lordati oscenamente di fango; quelle divise lacerate dall’ansia del predone che frugava, hanno rinvigorito, se possibile, il risentimento dell’animo mio. Chi scrive queste righe, e lo riconoscerai dalla firma, è uno che ti ha dimostrato di non aver paura. Non sono quindi le ripetute minacce di morte, di arruolamento al «Battaglione San Pietro», come voi dite, che mi ispirano; ma è la ferita profonda lasciata nell’animo mio dall’aver veduto a quali punti di bassezza possono giungere gli Italiani. Lo slavo che alla sera dell’8, sulla piazza di Pont Canavese, ci prometteva di tagliarci prima il naso, poi le orecchie e, infine, il ventre, è molto superiore a voi che fingeste di trattare con Bardelli per far giungere i rinforzi e circondarci nella piazzetta della Chiesa, dove noi attendevamo con le armi scariche, fiduciosi della vostra parola. Venivamo dal fronte, dove avevamo combattuto non per un partito o per lo straniero, ma per l’Italia, così come voi stessi dite di fare: eppure furono degli Italiani che incolonnarono i 29 prigionieri per le vie di Pont Canavese, così come furono Italiani quelli che accompagnarono la sfilata percuotendoci e sputandoci in viso. È assai poco nobile, credimi, abbandonare all’odio e all’insulto stupido e bestiale di una popolazione accecata, dei soldati che hanno combattuto bene e si sono dovuti arrendere solo perché senza munizioni! Poi tentaste di convincerci a cambiar bandiera: e per sette giorni di fila fu un alternarsi di velate minacce e di botte propagandistiche; di menzogne sull’andamento delle guerra e sul comportamento dei nostri Comandi. Nessuno, del «Barbarigo», ha ceduto. Tu lo sai. Ma parliamo di voi, dei tuoi uomini, che qui si conoscono solo attraverso le voci di due propagande opposte. Il gruppo Piero è così composto: 1) Una grandissima parte, formata per lo più di renitenti alla leva, che sta sui monti per paura di combattere; costoro, logicamente, non vanno in azione, ma sbrigano i servizi; 2) una parte risultante di individui che non possono scendere in pianura avendo commesso dei reati comuni nel periodo dal 25 luglio ad oggi; 3) una parte minima di individui che formano il nucleo combattente; parte in cui ho trovato qualche raro elemento che vorrei fosse con noi. La proporzione tra i combattenti e gli imboscati e dell’1 a 10.  A questo aggiungi che tutta la massa va avanti per forza d’inerzia, senza che sia possibile applicare una benché minima forma di disciplina. È stato un tuo amico che confessò ad uno di noi: «Se tentiamo di instaurare la disciplina qui restiamo in due». Questo gruppo di persone che financo nel vestire dimostrano la zingaresca essenza della cosa (ho visto uno dei vostri pavoneggiarsi di un berretto da gerarca fascista con su alcune penne rosse) vive distruggendo il patrimonio zootecnico della Valsassina, togliendo ai contadini burro e farina, prendendo (naturalmente in nome dell’Italia) tutto quello che vuole, ovunque lo trovi. E infatti vi vantate di non aver soldi in tasca, pur non mancando di nulla. Con simili combattenti mi diceste di voler rifare l’Italia, ma chiunque ragiona sa benissimo che la pace segnerà lo scioglimento improvviso dei reparti partigiani, dato che il 99% dei componenti altro non attende che quell’ora per tornare a casa, infischiandosene della situazione politica e dell’interesse nazionale. È evidente quindi che voi fate il gioco degli Inglesi, che voi proclamate di voler eliminare come i Tedeschi, e del Comitato di liberazione nazionale, composto di elementi più o meno bastardi che speculano sul momento. A rinforzare la cosa, noto infine che tutti i ribelli che ho incontrato vivono esclusivamente sulla propaganda di radio Londra, la quale li sorregge con menzogne che vengono tranquillamente bevute. Non fummo forse avvisati nel nostro periodo di prigionia che Londra aveva comunicato che Milano era stata violentemente bombardata e che uno sciopero generale era scoppiato a Genova, Milano e Torino? Allontanati da ogni contatto, i tuoi uomini guardano oggi con gli occhi che loro volle dare il nemico: credi, Piero, che questo sia bene per l’Italia? Non si deve forse proprio a questo la tremenda confusione di idee che ho notato fra voi, per cui combattete per Badoglio chiamandolo «bastardo»? Vi dite comunisti ossequiando i preti, vi chiamate liberi affidando il servizio viveri e il controllo dei rifornimenti ad un inglese, proclamate l’uguaglianza lasciando che il Comitato di liberazione vi abbandoni sui monti senza un soldo, appropriandosi dei vari chili di biglietti da mille lanciati dagli aerei, vi dite patrioti terrorizzando le innocue popolazioni con le requisizioni forzate e con i saccheggi. Questa l’impressione fotografica dei ribelli di Val Soana. Del periodo di prigionia non credo sia necessario parlare. È stato un alternarsi continuo di ansie e di calma, durante il quale siamo stati trattati con ipocrita cordialità. Il fatto che ci abbiate costretti in trenta in due stanzette, obbligati a lavare i vostri piatti, promessa ogni giorno la libertà, sono cose trascurabili di fronte al dolore provocato nel vedere quanto in basso sia caduta questa nostra Patria adorata. È per questo che noi, Piero, ci auguriamo di tornare presto al fronte. Ti sia ben chiaro però che mentre dall’imboscata di Ozegna tu non hai guadagnato che i pochi oggetti che avevamo indosso (ci toglieste persino la cinghia dei pantaloni) e il nostro denaro, noi abbiamo riportato il ricordo incancellabile della voce di Barbarigo che grida: «Barbarigo non si arrende! Fuoco!», additandoci così la via della vendetta e dell’onore.
Mario Tedeschi

Da “Repubblica Fascista” del 18-7-1944






SPILLA DEGLI APPARTENENTI AL BTG. BARBARIGO


FEBBRAIO 1944-ROMA PIAZZA VENEZIA
LE BANDIERE DELLA X^ MAS E DEL BATTAGLIONE BARBARIGO

Il 19 Febbraio 1944 il Comandante consegna la Bandiera di Combattimento al Battaglione Barbarigo, in partenza per il fronte di Nettunia (primo nome di Anzio e Nettuno).

 APRILE 1944-FRONTE DI NETTUNO
BARDELLI CON IL PRINCIPE BORGHESE COMANDANTE DELLA X^

 FEBBRAIO 1944-ROMA
SCHIERAMENTO DEL BARBARIGO

FEBBRAIO 1944-LA SPEZIA
IL CAPPELLANO DON GIUSEPPE GRAZIANI
BENEDICE LA BANDIERA DI COMBATTIMENTO DEL BARBARIGO

 MARZO 1944-NETTUNO
AUSILIARIA DEL BARBARIGO DISTRIBUISCE I VIVERE 

 FEBBRAIO 1944-ROMA
UN REPARTO DEL BARBARIGO


Questo è ciò che fece il Barbarico al comando del tenente Giulio Cencetti
Il 15 aprile ci fu un attacco di mezzi corazzati canadesi nel settore della 2a compagnia che perse i capisaldi "Erna" e "Dora". Lo stesso giorno, al comando del tenente Giulio Cencetti, i marò ripresero le postazioni perdute. Il 19 aprile un ulteriore attacco sul fronte della 2a compagnia. Ai primi di maggio cambi: la 4a compagnia sostituiva la 2a, la 1a alla 3a che si trasferiva a Terracina a sorvegliare il litorale. Il 26 aprile il Comandante Bardelli fu’ inviato a La Spezia per un incarico superiore. Il TV Vallauri ebbe l’onore di assumere il comando del battaglione. Ancora un attacco americano al fosso del Gorgolicino, dove c’era la 4a compagnia. I marò resistettero agli assalti e contrattaccarono il nemico. Alle prime ore del 23 maggio gli angloamericani attaccarono Anzio in direzione Cisterna, utilizzando tre divisioni per tagliare la strada statale Casilina. Il 24 maggio il Barbarigo e il Gruppo Artiglieria San Giorgio ricevettero l'ordine di ritirarsi. Le tre compagnie si diressero in direzione di Sermoneta e Bassiano. La 2°, attaccata da mezzi corazzati a Cisterna, la 4a resistette agli attacchi presso Norma. Gli artiglieri del San Giorgio, dopo aver esaurito le munizioni, fecero saltare le artiglierie . La 3a compagnia ripiegava da Terracina ricongiungendosi al resto del battaglione. Il plotone comandato dal GM Alessandro Tognoloni (251 compagnia) venne accerchiata da carri Sherman americani. Al grido di "Decima! Barbarigo", i marò andarono all'assalto dei carri. Tognoloni cadde colpito. Per gli atti di valore compiuti sul fronte di Nettuno gli fu concessa la Medaglia d'Oro. Il 31 maggio il Barbarigo arrivo’ a Roma e si radunò nella caserma di Maridist, in Piazza Randaccio sede attuale del 3° Reggimento San Marco. La sera del 4 giugno le avanguardie della 5a Armata americana entrarono in città. La mattina del 5 giugno i sopravvissuti del Barbarigo marciarono in direzione di La Spezia. Nel giugno 1944 la "Decima" trasferì i suoi battaglioni nell'alto Piemonte. Il "Barbarigo" fu il primo reparto a giungere nella regione, sistemandosi nella zona del lago di Viverone e successivamente a Pont Canavese. Nel pomeriggio dell'8 luglio, a Ozegna (Torino), giunse nella piazza del paese un reparto motorizzato della Decima Mas, comandata dal CC Umberto Bardelli. Si trattava di reduci dal fronte di Nettuno. Nel paese era operativa un gruppo partigiano comandata da Piero Urati. Bardelli era li per uno scambio di prigionieri (ed erano disarmati). L'atmosfera era apparentemente calma. Il dialogo si svolse con toni pacati da entrambe le parti. Mentre i capi partigiani trattavano con gli ufficiali della "Decima", circa duecento partigiani circondavano la piazza e le strade adiacenti. I capi della Resistenza con una scusa chiesero di allontanarsi dalla piazza. Dopo pochi minuti, mentre Bardelli e i suoi uomini aspettavano il ritorno, nella piazza si abbatte una fuoco incrociato. Nonostante il tentativo di resistenza, gli i uomini della "Decima" vennero sopraffatti . Il comandante Bardelli fu uno dei primi a cadere ucciso (nove morti e numerosi feriti). Nei primi dell'ottobre 1944, il Barbarigo attaccoò i partigiani attestati nella zona di Rimordono (Torino). I marò costrinsero le bande a passare il confine francese. Il 25 ottobre il Barbarigo lasciò Ponte Canavese per il fronte orientale dove giunse il 29 a Vittorio Veneto. Nella zona, la pressione esercitata contro la frontiera italiana e sulla città di Gorizia dai partigiani sloveni del "IX Corpus" appoggiati da formazioni comuniste italiane, richiese l'intervento del Barbarigo, con la 2a e 3a compagnia del battaglione "Valanga". I reparti della "Decima" rastrellarono la zona, infliggendo ingenti perdite ai Titini.  Alla fine di dicembre il Barbarigo, con altri reparti della divisione "Decima" fu inviato sul fronte dell’Isonzo per fronteggiare il "IX Corpus" che minacciava la città di Gorizia. Il Barbarigo fu il primo reparto ad essere impiegato contro gli slavi, risalì la Biasima occupando l'abitato. Poi occupò Cal di Canale, Localizza e Chiappavano. Ai primi di febbraio 1945 la divisione "Decima" lasciò Gorizia, ma il battaglione Barbarigo restò ancora nella zona a difesa dei confini orientali della Repubblica e sui monti San Marco e Spino respinse gli attacchi dei partigiani sloveni. Contrattaccando, ancora una volta i marò sconfissero il nemico. A metà marzo giunse l'ordine di trasferimento sul fronte sud. Il reparto partì da Vittorio Veneto il 20 diretto a Rovigo. Il giorno 27 entrò in linea alle dipendenze del comando "I° Gruppo di combattimento Decima", composte oltre dal Barbarigo il Lupo, gli NP, il Freccia e il Gruppo d'artiglieria Colleoni. Il 20 aprile, il Barbarigo iniziò il ripiegamento verso nord attraversando il fiume Po in località Oro. A Santa Maria Fornace, i marò sostennero uno scontro con reparti della brigata "Cremona" del regio esercito del sud (in uniforme britannica). Il 27 aprile il Barbarigo giunse in serata a Conserve. Nella notte del 29 aprile il Barbarigo si schierò per ascoltare le parole del comandante del "I° Gruppo di combattimento Decima", CC Di Giacomo, e di un ufficiale di una brigata corazzata neozelandese che fece ascoltare il messaggio del Maresciallo Rodolfo Grazianti, registrato per invitare a deporre le armi, evitando ulteriori spargimenti di sangue. Gli uomini del Barbarigo, inquadrati dai loro ufficiali, la mattina seguente entrarono a Padova armati, passando fra i reparti di carristi inglesi e neozelandesi che resero loro l'onore delle armi.
MARZO 1944
Marinai del btg. Barbarigo sul fronte di Anzio e Nettuno
 in un momento di tregua contro le forze angloamericane


Il Comandante dei Barbarigo, Giulio Cencetti, nel 1950 su "il Meridiano d'Italia", rievoca le gesta dei battaglioni della Decima Mas sul confine orientale e la figura del Comandante Luigi Carallo: «... ma c'è Luigi Carallo che dobbiamo ricordare. Il Colonnello dei Bersaglieri che aveva messo giù il piumetto per il basco della Decima. Che aveva combattuto lassù anni prima da tenente. Asciutto nel volto, sentimentale quanto può esserlo un signore salernitano. Carallo, quello che fece il Fulmine, il suo Fulmine, in cui vedeva ì suoi vent'anni del 1917 ritrasmettersi nel cuore dei ragazzi. Per primo la sorte volle ancora che dovesse muovere il Barbarigo. Nell'alba nebbiosa, ad attendere il Battaglione sul passo del Monte Santo, c'era lui solo. Qualche ciocca della ribelle chioma, mal contenuta nel basco, si agitava quasi a rappresentare il piumetto di allora. Disse qualche parola ai ragazzi. Sarò con voi, dopodomani, prima di entrare nella selva di Tarnova, Ma se lo rivide circa una settimana dopo al Battaglione, il Colonnello. Aveva voluto mantenere la promessa. I primi a incontrarlo furono il Tenente Castellari ed in Tenente Succhielli, i quali, con una rapida puntata si portarono con i loro plotoni nel brullo, distrutto caseggiato di Locavizza, per vedere di rompere il cerchio stretto dal IX Corpus intorno al tragico vallone di Chiapovano, dove si era attestato il Barbarigo, sostenendo scontri estenuanti nel più infido dei terreni. E lo portarono giù, dai marò che lo aspettavano. Nudo, nella sua bianca magrezza, con una grande rosa rossa che lasciava cadere i petali di sangue dalla gola squarciata. Era steso sul fondo, verde d'erba cosparsa, in uno di quei rustici carretti carsici che scendeva lentamente, sobbalzando. L'immensa chioma d'argento, finalmente libera, mandava barbagli al pallido sole morente di quel triste tramonto del 21 dicembre 1944. Dissero i ragazzi che vicino a lui avevano ritrovato venti bossoli di cartucce di mitra, di mitra italiano. Aveva sparato fino all'ultimo. Si era difeso, morente, fino a vuotare il caricatore, il Colonnello, guardando bene in faccia il nemico... Il Colonnello fu messo in fretta nella chiesa deserta di Chiapovano, avvolto in una coperta da campo perché già gli slavi ricominciavano a sparare.... E dalla fredda chiesa discese pian piano Carallo da Chiapovano, a Gargaro, al Monte Santo, giù a Gorizia. Quante, quante italiane velate di nero seguirono in un pianto muto il feretro fasciato di tricolore dell'ultimo bersagliere dall'ancora d'oro... Addio Colonnello!». Il 4 novembre 1954 le spoglie del Comandante sono esumate con altri due caduti del Fulmine, il marò se. Giuseppe Ferrari e il marò Giovanni Crotti. Presente è anche la sorella, Maria Carallo e i figli Luciana e Bruno. La vedova, che ha avuto in quei giorni un grave lutto per la perdita della mamma, attenderà la salma 




LA "MASCOTTE" DEL BARBARIGO
 APRILE 1944
ALCUNI MARO' STAMPANO IL GIORNALE DEL BARBARIGO

APRILE 1944-FRONTE DI NETTUNO
IL CAPPELLO DEL BARBARIGO ACCOMPAGNA LA SALMA DI UN MARO' 
CADUTO IN COMBATTIMENTO

BARDELLI E BORGHESE CON I MARO'

 UFFICIALI DEL BARBARIGO

TRUPPE DELLA X^ MAS CON LA BANDIERA DI GUERRA






 Muggiano (La Spezia) Ottobre 1943.
Squadra calcistica composta da elementi del btg.  Maestrale poi Barbarigo



1944
fucilieri del Barbarigo in marcia 




Padre Giuseppe Graziani , cappellano del Barbarigo.
Già Volontario nella Guerra d’Etiopia in veste di Cappellano Militare, poi, dopo le vicende dell’8 settembre ’43, Cappellano della Xª Flottiglia MAS nel Battaglione “Barbarigo”, trascorsi alcuni mesi di fronte, dove si prodiga nell’assistenza spirituale ai combattenti della Repubblica Sociale Italiana, ammalatosi, rientra a Verona dove, comandato dall’Ordinariato Militare (col grado di Capitano) diviene Cappellano della XXI Brigata Nera.

Da ACTA uno scritto tratto da LA PATRIA degli Italiani.

Don Giuseppe Graziani nasce a Bardolino il 2 maggio 1901 e muore a Rovereto il 12 aprile 1992. Sacerdote nel 1924, diviene Curato della Parrocchia di Avesa, Frazione a Nord di Verona. Nel 1935 è Volontario nella guerra d’Etiopia come Cappellano della Compagnia Reparti Celeri in Somalia che trasportando 4 Battaglioni indigeni e agli ordini del Generale Rodolfo Graziani concorre alla vittoria contro le bande di Ras Destà a Neghelli, il 30 gennaio 1936. Rimpatria nel 1937 per malaria ed è Cappellano effettivo al Comando dell’Aeronautica di Palermo. Nel 1938 passa al Comando della Marina di La Spezia. dove lo sorprende l’8 settembre 1943. Dopo due mesi è Cappellano della X Flottiglia MAS. E’ con il Battaglione Barbarigo e ne diviene un simbolo quando il 19 febbraio 1944 riceve a La Spezia la Bandiera di Combattimento. Per 3 mesi è in prima linea a sostenere i suoi Marò e il 24 maggio segue il Reparto nella ritirata. Giunto a Roma, per incarico dei Parroci delle zone più vicine al fronte e sfollati con la popolazione sui monti oltre la piana di Littoria, si presenta in Vaticano. Richiede un urgente invio di viveri. Scavalcando personalità in attesa e con l’uniforme sporca di fango è introdotto da Pio XII, un Papa sofferente per le sciagure della guerra che incombono anche su Roma, ma che mostra interesse per l’assistenza spirituale prodigata dai Cappellani della RSI. Un treno carico di provviste per gli sfollati pontini proveniente dall’Emilia è fermo perché mitragliato. Viene dato l’ordine di ripetere il trasporto. Ammalatosi, lascia La Spezia per Verona dove, comandato dall’Ordinariato Militare che aveva a Verona la Sezione Nord e promosso Capitano, diviene Cappellano della XXI Brigata Nera. Ottiene dal Platzkommandatur 1009 di Verona il consenso a far disperdere nella vallata, dalla popolazione ed entro le 6 dell’indomani, il tritolo della polveriera di Avesa. Quando nella ritirata fuori e dentro la caverna le casse verranno incendiate l’esplosione non causerà danni. Dopo inevitabili 15 giorni di fortezza dell’Ordinariato, è segregato per 7 mesi in convento. Assolto dalla CsA di Verona, riprende servizio al 9. CAR di Bari. A seguito di caduta, nel 1949 ha il congedo. Trova ospitalità presso la Diocesi di Rovereto ed insegna in una Scuola finché può.






Una Batteria del Battaglione Barbarigo ( Xa MAS ) in azione sul Fronte di Nettuno 





20 NOVEMBRE 1954
LETTERE DI BORGHESE PER LA TUMULAZIONE AL CIMITERO DEL VERANO
DELLA SALVA DI UMBERTO BARDELLLI
ALLA PRESENZA DELLA MOGLIE E DELLA FIGLIA



Battaglione Caduti del "Barbarigo"
Prof. Fernando Togni -
"Orfani di Patria - Siamo quelli che siamo"